Dopo gli studi all’Istituto di Belle Arti di Baghdad (1972-1977), nel 1978 decide di abbandonare il proprio Paese e di trasferirsi in Italia per frequentare l’Accademia di Belle Arti di Firenze, dove si diploma nel 1983. La sua scelta di non rientrare in Iraq al termine degli studi, strettamente connessa al giudizio politico sul regime di Saddam, lo porterà a perdere la nazionalità irachena. Nel 1985 viene selezionato da Italo Mussa per un’esposizione di artisti arabi attivi in Italia che si tiene a Palazzo Venezia a Roma. L’anno successivo si trasferisce a Cernobbio e inizia ad avere contatti con la scena artistica del Cantone Ticino, dove si stabilisce nel 1991. Nel 1988 e nel 1990 rappresenta l’Iraq alla Biennale di Venezia; nel 1994 è incluso nella rassegnaUnder 49 al Museo d’arte di Mendrisio. Tra la seconda metà degli anni ’90 e il 2009 collabora con il progetto artistico Vegetali ignoti promosso da Luca Scarabelli e Riccardo Paracchini. Nel 2003 presenta alla Biennale di Venezia la performance I’m the Iraq Pavilion. Lo stesso anno Harald Szeemann lo include nella mostra G2003 a Vira Gambarogno mentre un suo video viene proiettato al Festival del Film di Locarno. Nel 2000, 2004 e 2005 risiede alla Cité internationale des arts a Parigi; dal 2007 trascorre lunghi periodi dell’anno a Berlino. I suoi lavori sono stati presentati in numerose esposizioni in tutto il mondo.
La prima fase del percorso artistico di Al Fadhil è caratterizzata da una progressiva assimilazione della tradizione artistica occidentale, che, a partire da una rimeditazione della lezione impressionista e postimpressionista (in particolare di Monet), giunge nella seconda metà degli anni ’80 a una pittura astratta in cui sulla gestualità segnica e la matericità tipiche dell’Informale si innestano evocative presenze geometriche dal forte valore simbolico (Vibrazioni , 1984). Una pittura legata alla memoria, in cui all’acrilico, applicato per successive stratificazioni e poi raschiato in modo da far emergere trame impreviste, si affiancano altri materiali come la foglia d’oro e lo stucco. Dai primi anni ’90, quando esplode la prima Guerra del Golfo, si avverte nella sua opera una spinta verso una maggiore concettualizzazione che si traduce nell’uso di nuovi media, quali i ready-made, gli oggetti modificati, la fotografia, il video, le installazioni e la performance (Viaggio della rivolta , 1990). Questo tipo di produzione, inizialmente marginale rispetto a quella pittorica, diventa prevalente sul finire del decennio. Il passaggio ad un’arte maggiormente impegnata, socialmente e politicamente consapevole, si può ricondurre anche al percorso biografico dell’artista. In concomitanza con la seconda Guerra del Golfo, nasce la performance I’m the Iraq Pavilion , presentata al di fuori degli spazi ufficiali alla Biennale di Venezia del 2003 per denunciare la condizione in cui versa la popolazione irachena stretta tra la morsa della dittatura e l’invasione degli americani e dei loro alleati. Il tema della guerra in Iraq ricorre in molti altri lavori successivi, in particolare in quelli realizzati con il fratello Ahmed, morto nel 2006 durante un bombardamento (Home sweet home, 2006). Dai primi anni 2000, le riflessioni sulla guerra, la violenza, il potere, le migrazioni, i rapporti tra Oriente e Occidente, il consumismo, rappresentano il cuore di una pratica che, con una varietà di mezzi, indaga criticamente l’attualità del nostro tempo e in particolare la sua rappresentazione all’interno dell’universo mediatico, nella convinzione che l’arte costituisca un insostituibile strumento per la trasformazione della società e dell’individuo (Permit F, 2008).
Opere in collezioni istituzionali (selezione): Barcellona, LOOP; Baghdad, National Museum of Modern Art; Lugano, Museo d’arte della Svizzera italiana, Collezione Cantone Ticino; Sharjah (AE), Sharja Art Foundation; Taipei (TW), Kuandu Museum of Fine Arts.
Elio Schenini: «Al Fadhil», in SIKART
Dizionario sull'arte in Svizzera, 2023.
https://recherche.sik-isea.ch/sik:person-10020725/in/sikart